Vallanzasca in Valle D'Aosta ???





Vallanzasca al “Noir” … è bufera – La Stampa del 4.12.2009

 

 

 

 

 

La vera storia di Renato Vallanzasca …

… la critica e la descrizione del libro raccolta in web …

 

“A cinquantanove anni, trentotto dei quali trascorsi in cella, Renato Vallanzasca rimane nei ricordi di questo paese, nell'immaginario delle vecchie e delle nuove generazioni, il volto del bandito, l'emblema di una vita criminale "al massimo", l'icona violenta di una città e di un'epoca: l'inquieta e brumosa Milano degli anni Settanta. Di lui tanto si è detto e si è scritto, i contorni della cronaca sono presto sfumati nella leggenda, ed è proprio questo uno dei motivi che hanno portato l'uomo a guardarsi allo specchio, a frugare nel secchio della memoria, a incontrare Carlo Bonini per raccontare una volta per tutte la propria versione dei fatti, "la vera storia di Renato Vallanzasca". L'ex boss della Comasina ha rapinato, ha ucciso. "Per pudore" nei confronti delle sue vittime, spiega, non ha mai chiesto perdono. "Per lealtà con se stesso" e con il suo personale codice d'onore, ha sempre rifiutato di vestire i panni del collaboratore di giustizia. E con lo stesso rigore e la stessa lucidità ricostruisce il suo passato, senza cadere in compiacimenti, facili ipocrisie o repentine e sospette conversioni. È una storia di sangue, quella di Renato Vallanzasca, una storia non priva di sorprese, stravaganze e inediti retroscena, una storia che affonda le sue radici in un'infanzia ribelle, in quella che appare come una precoce vocazione al crimine”.

 

„(da ...WEBSTER.IT)”

 

 

 

 

 

Mi sento di dare anch’io la mia personale risposta di indignazione.

Aosta –sabato 5 dicembre 2009.

 

 

 

 

 

 

 

Rimane … che cosa? Il ricordo? Il ricordo di un bandito?

 

Ma che ricordi può avere un bandito, se non quello di essere consapevole di aver vissuto di regole proprie e al di sopra delle norme della società civile e del buon comune vivere, come dovrebbe sempre essere in tutte le comunità umane?

 

Il Signor VALLANZASCA non si è mai pentito, non si è mai adeguato al pensiero democratico di una civiltà civile come quella italiana, ma è sentito, ascoltato ed il suo pensiero è riprodotto su di un libro. D’altronde anche qualche mafioso è diventato oggetto di interesse cinematografico.

Questa è cultura e democrazia ed è giusto prendere atto di questo lavoro giornalistico – ma un giornalista, come ogni buon investigatore nella ricerca del diritto di cronaca, prima di concludere il frutto del proprio lavoro, forse dovrebbe approfondire l’argomento o il tema trattato, riproponendo anche altri punti di vista.

 

Un libro ha un valore inestimabile e, da quando è pubblicato, sarà letto da tutte le generazioni di oggi e future per cui deve essere un puro prodotto di informazione e di formazione. Il pensiero e le dichiarazioni raccolte in un libro, sono parole che intrecciandosi fra loro devono portare il lettore a stimolare la conoscenza, la saggezza quindi a maggior apertura mentale. Se ciò avviene, l’opera concepisce i più nobili ed alti contenuti culturali, ma esso non può essere un inno al banditismo: <<qui non si parla di un “Robin Hood italiano”, ma di una persona che ha raccolto delle condanne per aver causato delle morti; vittime che da allora hanno perso per sempre il diritto di parola>>.

 

Il detenuto VALLANZASCA non è in carcere perché ha rubato ai ricchi per dare denaro ai poveri, ma perché ha spento la vita ad ignari cittadini come ad alcuni tutori dell’ordine; non mi pare che quest’uomo abbia mai cercato di trovare un onesto lavoro per soddisfare se stesso e le esigenze della propria famiglia, come fanno tutte le persone oneste e che restano sempre anonime.

 

Mi ricordo, si io ricordo quegl’anni che ha “operato” il Signor VALLANZASCA, chiamato dalle donne il bel “René”, forse bello nell’aspetto ma che per i più aveva qualcosa di sinistro, visto la scia di sangue lasciata dai suoi comportamenti ed episodi di violenza.

 

Per moltì sarà solo il passato: “ieri”, ma per me, sono ancora vivi ricordi: “l’oggi!”

 

Per causa di questi criminali, mi ricordo i tanti servizi di polizia svolti in orari disparati e prolungati; giornate trascorse al freddo, magari sotto la pioggia e di notte; il pesante giubbotto antiproiettile con le stecche di ferro, che dopo venti minuti diventava una pesante corazza da sorreggere, sempre abbinato ad un mitra portato a tracolla che, se ti cadeva dalle mani, poteva sparare da solo ferendo o uccidendo, anche chi lo aveva in mano.

 

Ricordo delle telefonate ai miei genitori, che si preoccupavano che “non prendessi freddo”, mentre ero pienamente consapevole che mi trovavo in guerra, dove un qualsiasi ignoto e seriamente intenzionato poteva impiombarti, sparandoti.

 

Si, ricordo gli “anni di piombo” e gli ultimi periodi: “gli anni ottanta”.

 

Ricordo i lividi del corpo che i manifestanti, quelli veri, quelli che forse avevano le loro buone ragioni perché rivendicavano un salario più adeguato, ma poi commettevano violenze e ci lanciavano contro il “porfido” o meglio i blocchetti di pietra raccolti dalla strada.

 

Ricordo le evasioni del Signor VALLANZASCA e le conseguenti attività emergenti, quali posti di blocco di strade o il controllo di palazzi o di interi quartieri, per ricercare questo tipo di persone “altamente pericolose e belligeranti”.

 

Ricordo quanta tensione adrenalinica percorreva il corpo e manteneva alto il livello di difesa e di auto protezione che ti sfiniva e inasprendoti, ti toglieva il sorriso.

 

Vent’anni, l’età per giocare a pallone e per correr dietro ai primi amori, spesi anche per “inseguire” queste persone che commettevano feroci crimini, senza regole, privi di pudore e di rispetto anche per le loro vittime.

 

Si, me lo ricordo!

 

A vent’anni ti affacci alla vita, l’indipendenza economica, cerchi il lavoro duraturo, desideri un’auto anche usata per andare in discoteca, sei all’inizio della sua carriera anzi fai ingresso nel mondo del lavoro; non porti i capelli lunghi come gli altri giovani della tua età, non sei alla moda ma hai scelto una professione particolare ponendoti alle dipendenze del cittadino, che ha bisogno di essere tutelato nei suoi diritti e difeso dai soprusi. Già a questa età sei consapevole che non conta quello che pensi tu, ma devi difendere i più alti principi, tra i quali il diritto di tutti alla libertà ed hai il dovere di preservare la società di cui fai parte.

 

Ma forse tutto questo non interessa perché non fa “odiens”- non è una notizia che “vende” per cui non ha un valore commerciale.

 

Allora è giusto scrivere e leggere libri ad alto contenuto di “sangue”; come seguire quei programmi televisivi dove la violenza è l’accessorio che per antonomasia, attira l’interesse dello spettatore.

 

Poi il giorno dopo ci stupiamo se qualcuno emula; figli che uccidono i genitori, anziane donne violentate se non lasciate addirittura con gli arti amputati. L’efferato delitto e lo scarso valore per la vita fa tutt’ora notizia e talvolta è raccontato nutrito di particolari, ma non sempre è al pari descritto il suo movente o le cause che hanno prodotto queste tragedie a cui non si puo porre rimedio.

 

Ora, come allora, sono e sarò sempre in prima linea a prevenire ed a combattere quei fatti contrari alla legge, nella speranza e con favorevole attesa che qualcuno si accorga che è preferibile parlare del quotidiano, di come allevare correttamente i figli, di come migliorare ulteriormente la scuola o il servizio sanitario. Il cittadino che lavora tutto il giorno e si ritira a tarda sera, quando ascolta la TV non desidera colate di sangue o sentire di scandali quotidiani, ma vuole scoprire che il nostra Paese è bello e funziona, vuole sentirsi dire che magari ci sono progetti di vero recupero dei detenuti, per cui vale la pena pagare le tasse.

 

Però desidero ribadire che non fa parte della mia cultura tollerante “santificare” persone come poc’anzi menzionate perché esse, tutt’ora, appartengono alla cultura criminale e non alla società civile.

 

Per questo caso, come per molti altri fatti simili non deve esistere nessuna censura, ma essa dovrebbe scaturire naturalmente. Deve essere naturale ripudiare certi episodi violenti, come condannare certi biasimevoli comportamenti. Parliamone, confrontiamoci in un dibattito serio e costruttivo, ma teniamo a mente che non sono loro gli eroi. Gli eroi sono coloro che ogni giorno fanno il loro dovere e rispettano le regole che noi tutti ci siamo dati; sono coloro che hanno riguardo degli altri individui e del loro spazio, che agiscono creando con le loro molteplici capacità più posti di lavoro, che si pongono come soggetti attivi per una comunità più produttiva e ricca, non solo di beni materiali ma anche di profondi ideali sociali.

 

Per cui, mi chiedo, perché è necessario porre l’attenzione verso coloro che hanno agito al di sopra delle regole? Perché meritano interesse e perché suscitano così questo “sinistro fascino”?

 

Se non c’è nessun sano ravvidimento, perché riparlare di questi misfatti nel “salotto buono” di una bella cittadina posta ai piedi del Monte Bianco, consueto ritrovo intelettuale e di coscienza civile, quando già la volontà di coscienza di questi soggetti viene meno?

 

Il mio personale pensiero finale non và a questo detenuto, che è in questa condizione per causa delle proprie scelte, ma ai famigliari delle vittime cadute per mano del “bel bandito”. Persone innocenti che sono state obbligate ad ingabbiare la propria esistenza in un percorso diverso della vita e, da più di trent’anni piangono i loro cari, mentre il loro carnefice è continuamente “riportato sulla cronaca quasi rosa”, sebbene si trovi tranquillamente <<servito e riverito>> a spese della nostra comunità.”

 

E lasciatemelo dire, anche se non sarò mai citato in un pensiero di un qualsiasi libro, sono orgoglioso di essere un poliziotto, anche quando qualcuno mi chiamerà “sbirro” o “piedipiatti”, perché sò di aver fatto onestamente il mio dovere, come tutti i miei colleghi, con i quali sono onorato di lavorare ogni giorno.

 

Ma questo già lo sapete, per cui non fa notizia!

 

 

 

Domenico RAMBELLI

 

…un operatore della Polizia di Stato …

 … che nel 1979 a 19 anni …

… era … “Guardia di Pubblica Sicurezza” …

 

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… ma … ora … omettete pure il mio nome, sono un poliziotto come tutti gli altri … Grazie!

 

 

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